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Introduzione al progetto

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ACANFORA

di Paolo Acanfora

Il contributo dei cattolici alla resistenza è un tema complesso da sviscerare, che ha conosciuto una lunga stagione di studi – come è facilmente verificabile scorrendo la sezione bibliografica del sito – ma anche una difficoltà di riconoscimento e di legittimazione come oggetto storiografico.
La partecipazione minoritaria di bande esplicitamente democratiche cristiane o, più genericamente, cattoliche nella esperienza armata della guerra di liberazione ha portato ad una più complessiva sottovalutazione di questo contributo, spesso ridotto a poche figure significative. Si possono citare a titolo meramente esemplificativo i vari Paolo Emilio Taviani, Enrico Mattei, Giuseppe Dossetti, Giovanni Marcora, passando per i percorsi peculiari di un Teresio Olivelli. Itinerari biografici assai diversi ed anche per questo, in una tale ottica, difficilmente assimilabili ad una interpretazione univoca; tanto più considerando le diverse affiliazioni politiche di queste personalità negli anni della resistenza, con un mondo politico cattolico tutt’altro che unitario e in fase di definizione. Ciononostante, l’aggregazione dei cattolici in formazioni originariamente autonome come le Brigate del Popolo, le Fiamme Verdi, le Brigate Osoppo (legate sia alla DC che al Partito d’Azione) fu un fenomeno rilevante e per nulla marginale.
Una lettura del genere ha, d’altronde, caratterizzato il più complessivo antifascismo cattolico, spesso ridotto ad espressione di pura testimonianza morale (da Luigi Sturzo a Giuseppe Donati, da Francesco Luigi Ferrari a Igino Giordani, passando per Alcide De Gasperi e per il gruppo guelfo di Piero Malvestiti e Gioacchino Malavasi).

Naturalmente, ha largamente pesato in questo processo la conflittualità partitica nell’Italia postbellica. L’esperienza e la memoria della resistenza sono state spesso e per lungo tempo al centro del dibattito culturale e politico nazionale.
La rivendicazione di una partecipazione attiva e significativa, anche sotto il profilo quantitativo, a questa cruciale stagione di contrapposizione al nazismo e al fascismo repubblichino ha svolto una funzione di legittimazione per le nuovi classi dirigenti dell’Italia postfascista. Passare attraverso la fase resistenziale ha significato in molti casi una sorta di processo di purificazione e rigenerazione per coloro che avevano aderito al fascismo o per quelle generazioni che nell’orizzonte culturale e politico del regime erano cresciute e maturate. Al tempo stesso, il grande contributo di forze e uomini offerto dai comunisti (riuniti nelle Brigate Garibaldi) – unitamente alle scelte compiute dal partito comunista, dalla svolta di Salerno sino ai lavori dell’Assemblea costituente – aveva fornito ad essi una legittimazione nazionale che il contesto mondiale, in via di evoluzione ma che presto si sarebbe attestato sul tendenziale bipolarismo della guerra fredda, non avrebbe potuto dare.
La partecipazione alla resistenza acquisiva così un significato peculiare. Non si trattava solamente di una fase, pur fondamentale, della storia d’Italia ma la base di legittimità di uno Stato nuovo, da cui doveva emergere una nuova idea della società e del rapporto tra le masse e le istituzioni. Fu proprio intorno alle diverse e contrastanti interpretazioni e rappresentazioni della resistenza che si palesarono i conflitti tra i vari soggetti politici della eterogenea coalizione antifascista.
Lo Stato repubblicano disegnato nei lavori costituenti aveva certamente una propria base nell’antifascismo ma il nesso costituzione/resistenza veniva declinato in vario modo. I successivi sviluppi politici ed elettorali che portarono alla netta affermazione della Democrazia cristiana furono letti dai partiti di sinistra come una marginalizzazione radicale delle novità resistenziali. Si affermava la tesi di una continuità sostanziale con il fascismo, sia dal punto di vista istituzionale che da quello sociopolitico (il predominio della borghesia e del moderatismo).
In altre interpretazioni, pur riconoscendo le novità repubblicane rispetto al ventennio precedente, si sottolineava la continuità con le istituzioni prefasciste, con quella Italia liberale i cui limiti, secondo tali ricostruzioni, erano stati svelati proprio dall’affermazione del fascismo. Si andava costruendo così il mito della resistenza come “rivoluzione tradita”, come processo di profondo rinnovamento inesorabilmente bloccato da una restaurazione conservatrice.

I partiti della coalizione antifascista condividevano il mito della resistenza come secondo Risorgimento. Il Risorgimento politico che aveva portato all’unificazione italiana – interpretato come un processo di abili manovre diplomatiche e di fortuite circostanze a cui erano rimaste estranee le masse – trovava ora un suo compimento con il Risorgimento sociale, dove le masse erano state finalmente protagoniste. Soprattutto, le masse socialiste e cattoliche che erano rimaste lungamente ai margini dell’Italia liberale e monarchica avrebbero finalmente realizzato la propria piena integrazione nelle istituzioni dello Stato.
Le divergenze fondamentali nacquero, però, proprio sulla funzione ed il significato storico che veniva assegnato alla resistenza.
A giudizio del leader della DC, Alcide De Gasperi, essa era stata una fase cruciale della storia italiana ma doveva considerarsi a tutti gli effetti una fase conclusa. La stessa contrapposizione fascismo/antifascismo avrebbe dovuto trovare una composizione al fine di ricostruire finalmente una patria di tutti gli italiani, rinunciando alla nefasta dialettica nazione/antinazione che aveva caratterizzato il totalitarismo fascista. Spettava ora al popolo italiano indicare quali forze avrebbero dovuto guidare la democrazia italiana ed in quale direzione. Per la DC il secondo Risorgimento avrebbe avuto così il suo pieno completamento nelle elezioni del 18 aprile 1948, che segnarono il trionfo del partito unitario dei cattolici.
L’interpretazione dei partiti di sinistra fu all’opposto caratterizzata dalla tesi di una resistenza rimasta inespressa, di un “vento del Nord” affievolito e poi nullificato dal clerico-moderatismo della Chiesa cattolica e dal conservatorismo della borghesia industriale ed agraria. Il conflitto sulla rappresentazione e la memoria della resistenza divenne ben presto un terreno su cui combattere una guerra del consenso ed una guerra di legittimazione tra i partiti di massa dell’Italia repubblicana intrecciandosi con le oppositive dinamiche internazionali tipiche della guerra fredda. Sarebbe stata, dunque, la partecipazione alla guerra di liberazione a fornire la vera “patente di antifascismo”, indiscusso fondamento della Repubblica.

I riflessi di questo conflitto sul dibattito culturale e scientifico portarono la storiografia ad indagare più attentamente il complessivo fenomeno della resistenza, anche nei suoi aspetti meno conosciuti o apparentemente secondari. Si cominciarono a studiare movimenti politici come la sinistra cristiana o i cristiano-sociali, ad articolare la presenza dei cattolici anche in formazioni di altra matrice culturale e politica. Ancora di più, venne progressivamente sottoposto ad analisi il ruolo giocato nelle vicende resistenziali dal basso clero, dalle gerarchie e dai movimenti laicali ad esse legati.
Il dibattito, tuttavia, si arricchì in modo originale soprattutto quando le ragioni di una contrapposizione partitica vennero sostanzialmente meno; quando, cioè, la fine della guerra fredda e l’implosione del sistema partitico italiano cambiarono radicalmente lo scenario politico. Vennero così a maturazione alcune riflessioni più generali sulla resistenza come guerra civile, sulla categoria della morte della patria (simboleggiata dalla data dell’8 settembre 1943, giorno dell’annuncio dell’armistizio dell’Italia con gli angloamericani), sulla “zona grigia” costituita dai non combattenti (l’ampissima parte della popolazione non coinvolta in attività di azione diretta né sul versante partigiano né su quello repubblichino), che pure venne articolata e ricostruita in modo meno indifferenziato.
Si è conseguentemente discusso anche dell’incidenza di questi temi sulla debolezza di un sentimento unitario di appartenenza nazionale, sulla condivisione o meno di simboli e riti civili da parte di tutte le forze dell’arco costituzionale, sul peso e sui riflessi di questo uso strumentale ed oppositivo della vicenda resistenziale e della sua memoria.

Avendo, dunque, alle spalle una così complessa e lunga vicenda ricostruttiva, si è voluto in questo progetto ragionare sul contributo dei cattolici alla resistenza rinunciando a qualsiasi lettura autoreferenziale – quasi si trattasse di una resistenza nella resistenza, di una sorta di “altra” resistenza. Senza dimenticare le specificità e le peculiarità del contributo cattolico, si è profuso uno sforzo di tematizzazione in cui tale contributo potesse essere inserito all’interno del più ampio contesto in cui si è manifestato. La collaborazione antifascista, il rapporto con la storia nazionale, l’elaborazione del pensiero democratico (con tutte le questioni che poneva in riferimento al ruolo e alla dottrina della Chiesa cattolica), il contesto della seconda guerra mondiale, la dimensione europea del fenomeno resistenziale, la nascita e la cooperazione tra i partiti di ispirazione cristiana in Europa, il ruolo delle donne – e di quelle cattoliche nello specifico – nel contesto tumultuoso e generatore di epocali novità e mutamenti sociali della guerra: sono queste le tematiche di fondo che si è voluto analizzare e scandagliare per cercare di ricostruire un quadro ampio e complessivo senza rinunciare ad affrontare argomenti specifici.

Si è scelto così di coinvolgere studiosi esperti delle tematiche sopra riportate, chiamandoli ad offrire i risultati delle loro ricerche, dei loro studi, sempre privilegiando le connessioni, i rapporti, i legami tra i soggetti di volta in volta analizzati e il contesto storico generale, sia nazionale che internazionale – nonché in riferimento al peculiare piano ecclesiastico. Quattro macrotemi sono stati privilegiati: il contributo del clero (prof. Agostino Giovagnoli); il ruolo delle donne (prof.ssa Cecilia Dau Novelli); i nessi tra esperienza resistenziale e idea democratica (prof. Giorgio Vecchio); la rinascita di una coscienza europea (prof. Guido Formigoni). Per ogni tematica si è tentato di offrire un quadro articolato senza semplificazioni, cercando invece di restituire la complessità dei temi in modo comprensibile ad un pubblico vasto.

 

 

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